1 nov 1943

Guminizza

Sono giorni di duro lavoro e di grande disperazione ; ricordo che una volta zappai per tutto il giorno di gran lena col miraggio di una pastasciutta che il padrone mi aveva promesso per la cena ma, delusione, quella sera mi coricai invece con in pancia un pò di buc e qualche oliva. Spesso non riesco a lavarmi per l’assoluta carenza di acqua e di un minimo di comodità e mi accorgo con terrore di essere preda di parassiti che la mia nuova maglia di lana richiama ogni giorno di più, ma dove trovare la possibilità di un buon bagno caldo, dove quella di lavorare e cambiarmi gli indumenti ? Non mi rimane altro che esaminare a fondo il mio miserevole corredo e cercare di eliminare i pidocchi ad uno ad uno utilizzando una polvere insetticida che mi sono procurato.
Ma una bella mattina finalmente una lieta sorpresa: Giorgi saputo per complicate vie dove mi trovo, si è precipitato qui; ci raccontiamo le nostre avventure ed ancora una volta siamo concordi nel partire subito abbandonando quel villaggio infame e, sfidando il pericolo d’essere, spogliati raggiungere Cozzulli pur senza conoscere la strada giusta da percorrere; Ma dobbiamo rimandare per un pò la partenza: Giorgi è in attesa di ricevere notizie circa un assegno di 1500 lire che imprudentemente ha affidato ad un tale perché lo cambi in Lek. Purtroppo quel tale è sparito con l’assegno; aspettiamo ancora un pò ma poi abbandonata ogni speranza ci mettiamo in marcia; la vita ormai a Treghiass ci era divenuta impossibile: la gente faceva una caccia spietata ai nostri pochi quattrini facendoci pagare quel poco che potevamo acquistare somme iperboliche. Appena fuori dal villaggio sentiamo il sibilo di proiettili che ci passano sopra la testa; comprendiamo d’essere caduti in mezzo alle solite scaramucce tra balisti e comunisti, i due partiti albanesi eternamente in lotta tra loro. Per zone defilate rientriamo in paese per riprendere il cammino dopo qualche ora nonostante la pioggia , ma siamo impazienti di lasciare quei luoghi così inospitali. Celata nello zainetto ho sempre con me una bomba a mano con la quale potrei forse difendere i miei preziosi stracci. Ho assicurato ad una fascia attorno ad una gamba l’orologio ed il denaro.
Appena fuori del paese non vorrebbero lasciarci passare ma poi acconsentono; ancora una volta mi convinco delle continue buffonate dei due partiti. Piove sempre, la mia testa nuda è inzuppata, ma saliamo decisi per il rapido pendio che porta a Guminizza per, dopo alcune ore, superata la montagna sostare presso la capanna di un pecoraio che ci offre del tabacco e del buc caldo che divoriamo.
Alla partenza, stupiti, ci sentiamo abbracciare e baciare da un tale che indicandoci la strada giusta da seguire alla fine ci saluta con affetto. Dopo ore ed ore di marcia, pioggia e fango giungiamo a sera in vista di Guminizza.
Vedo con terrore che le mie scarpe si stanno letteralmente spaccando mentre i piedi sguazzano nel fango e nell’acqua; In paese ci dirigiamo nella abitazione di quei soldati della mia compagnia incontrati precedentemente.
Sono sempre li’; ci accolgono con affetto, accendono un bel fuoco con il quale asciughiamo la nostra roba e dividono con noi i fagioli, compenso serale del loro lavoro; come sono buoni e piacevolmente caldi quei fagioli! Ma è sempre la solita storia, la nostra fame è insaziabile ma al calduccio e l’essere tutti insieme fanno si che mi sprofondi nel lancinante rimpianto del bel tempo che fu.