2 nov 1943

Paura dell’inverno e coraggio

E’ inverno, sono affamato, disperato, non ho idea di come e quando la nostra situazione potrà migliorare; il pensiero del prossimo freddo da affrontare e l’eventualità non troppo remota di una malattia mi terrorizzano ed è quindi naturale che in queste condizioni mi rifugi nel caldo ricordo del passato. Il ricordo di Vitov-vdo’ è dolorosamente vivo, ma non posso fare a meno di abbandonarmi al rimpianto della bella vita che vi si conduceva; penso con più insistenza al periodo invernale, quando nelle fredde notti ci si riuniva tutti a chiacchierare del più e del meno. Penso alle buone pietanze così abbandonati dal lasciarle perché troppo sazio, alla mia brandina fornita di lenzuola e calde coperte; penso a casa mia, a papà, a mamma, ad Anita ed Annamaria ed alle buone pietanze che vi si cucinavano ed ad un tratto mi assale vivissimo il desiderio d’essere a casa ammalato ma circondato dall’affetto dei miei cari.
Ma al di fuori di questi sogni c’è la cruda realtà della nostra miserevole esistenza;piove sempre e domani probabilmente con un tempo simile dovremmo intraprendere un’altra marcia molto impegnativa. Quella serena pace di Vitov-vdo’, quella calda intimità di casa mia, come siete lontani eppure così presenti nella mia memoria!
Appena desto il mattino dopo, il mio primo pensiero è quello di interrogare il tempo; piove come al solito e fa freddo, decidiamo comunque di partire. Ho sistemato, come altre volte ho fatto, l’orologio ed il denaro in una fasciatura al disotto del ginocchio; sotto la pioggia guardiamo un piccolo torrente e dopo una breve sosta sulla riva riprendiamo la nostra passeggiata. Ho le scarpe inzuppate d’acqua e di fango ; attraversiamo la strada che porta a Valona con molta circospezione ( vi potremmo incontrare dei tedeschi) e ci interniamo ancora più addentro nella montagna; dopo un paio d’ore di cammino sentiamo ad un tratto un richiamo dietro di noi. E’ un albanese che dall’alto del cavallo che monta, informatosi della nostra meta e una certa arroganza ci invita a casa sua dove, dice, ci darà da mangiare.
Noi non siamo per nulla convinti e lo seguiamo per un certo tratto ma poi abbandoniamo il sentiero e, al riparo dei cespugli ci nascondiamo in una radura sottostante dove, stanchi ma soddisfatti pensiamo di riposarci un poco e di farci una fumatina….ma ecco che ancora una volta ci sentiamo chiamare da quello stesso individuo che dall’alto e sempre a cavallo ci minaccia che se non andiamo con lui ci farà “bum in testa con la pistola”. Ci avviciniamo, non ne posso più, mi fa rabbia di essere fermato così a poche ore dalla meta ma quello non demorde e faccio per allontanarmi ma nel volgermi indietro vedo quel ladrone (perché tale deve essere) ha preso Giorgi, che nel frattempo era rimasto indietro per il bavero nel tentativo di trascinarlo con se; allora una rabbia cieca m’invade e, mettendo da parte ogni prudenza metto mano allo zainetto ed impugno la bomba a mano che ho sempre tenuto con me.
Sono stanco, affamato e in uno stato di acuta disperazione ma mi farei ammazzare pur di non perdere un qualunque capo del mio miserevole corredo; alla vista poi di Giorgi così strattonato il sangue mi da alla testa; Gridando non so cosa ed agitando la bomba mi precipito verso di lui come un ossesso. A tale vista l’individuo cambia subito atteggiamento, libera Giorgi e voltando il cavallo si allontana, girandosi di quanto in quanto per minacciarci ancora.
Ora però conviene allontanarci al più presto il pericolo non è cessato; l’amico potrebbe ritornare armato o peggio ancora con altri compari ed allora sarebbe finita per noi. Ed allora corriamo via; è una corsa sfibrante, disperata, quella di due poveracci che barcollando tra pietre viscide e fango appiccicoso spendono le loro ultime energie per il raggiungimento di una meta che sembra allontanarsi ogni ora sempre più.